Al Sig. Direttore Generale

Pres. Giancarlo CASELLI

Dipartimento dell’Amministrazione

Penitenziaria

Largo Luigi Daga, 2

R O M A

                                         

Questa OS. intende fare alla S.V. alcune riflessioni in ordine agli incresciosi e deprecabili episodi e che hanno visto protagonisti alcuni detenuti semiliberi.

Colpisce la nostra attenzione che – nel caso di Milano - nulla sia stato detto in ordine alle vere motivazioni – pure previste dalla legge - secondo le quali , ancora prima della metà della pena, il detenuto è stato ammesso al regime di semilibertà in virtù della sua “qualità di pentito”. Tuttavia fa riflettere il fatto che tali notizie vengano date in modo sostanzialmente scorretto all’opinione pubblica, pur di salvare la legge che riguarda la collaborazione, ma colpisce ancor più che questa sia l’ennesima occasione di dare alla legge Gozzini responsabilità che essa stessa non ha.

Come rappresentanti degli operatori che lavorano nel settore penitenziario, non possiamo non condannare  questa volontà mistificante e mistificatoria delle situazioni e dei fatti, che pure emerge sempre ed è solo funzionale a giri di vite che non fanno altro che inasprire le condizioni di vita all’interno degli Istituti di pena. Da qualche anno esse sono sempre più precarie e sempre meno agevoli, sempre meno rispettose delle persone detenute che,  è vero, hanno commesso dei reati, e stanno in carcere perché private solo del bene prezioso che si chiama libertà – e non ci sembra poco – ma esse stesse dovrebbero  poter essere messe in condizioni di crescere, se il dettato costituzionale non sono solo parole vuote usate unicamente come specchietti di allodole istituzionali.

In questo contesto non ci interessa individuare responsabilità che, secondo noi, stanno nella vorticosa mobilità dei vertici dell’Amministrazione penitenziaria non sempre convintamente interessati ai fini istituzionali di essa. Tale situazione  ha favorito la costituzione di lobbyes e cordate – costantemente presenti - che hanno privilegiato il carrierismo di taluni a scapito di altri che, puntando sulla qualità delle prestazioni, sono stati penalizzati e con essi le persone affidate al sistema penitenziario.

Per questo motivo ci sembra importante intervenire scrivendole.

Da sempre, come organizzazione sindacale, ci siamo battuti perché la Costituzione repubblicana costituisse realtà  viva e fosse vissuta dai cittadini costantemente come riferimento non solo ideale, ma anche sostanziale.

Ci preme ribadire pertanto che, al di là della scelta di ritornare a considerare l’opportunità di dare o meno benefici ai detenuti, qualunque discussione su di essa  non può dimenticare che alla base ci deve essere il carcere rieducativo, il carcere inteso come servizio all’uomo della strada, il carcere che offre concrete opportunità di crescita al detenuto, considerato cittadino e in quanto tale titolare di diritti, ma che - nel contempo - per l’alta qualità del sevizio, garantisce i cittadini liberi sul piano della sicurezza, perché chi torna alla società ha solo voglia di ricominciare, misurandosi con una nuova vita, non deviante.

Orbene, al di là di tutte le valutazioni che sono state fatte e che si possono fare sui benefici premiali, una su tutte ci preme sottolineare, ed è quella meno visibile ai non addetti ai lavori, ma sicuramente di gran lunga la più inquietante: è la considerazione che il carcere, dal punto di vista della crescita delle persone, è un colabrodo, che poco ha  a che vedere con una struttura educativa per adulti.

I fallimenti addebitati alla Gozzini sono i fallimenti del sistema carcere intorno al quale si muovono troppi interessi diversi dalla crescita dell’uomo detenuto. Il caso dei due semiliberi che hanno commesso reati è stato per noi spunto di riflessione, e ci auguriamo che lo possa diventare anche per l’Amministrazione tutta.

Tutto del carcere è organizzato solo all’insegna della sicurezza, intesa solo in chiave antitetica rispetto al trattamento, troppe volte essa viene sbandierata quale altare sul quale sacrificare ogni gesto che possa apparire umano e di crescita, anche se mentendo spudoratamente a se stessi  si dice che “trattamento e sicurezza sono le due facce di una stessa medaglia”. Non si sa di quale trattamento si voglia parlare perché gli elementi del trattamento, che pure la legge –all’art.15 - prevede dettagliandoli, quali strumenti minimi senza escludere la possibilità di individuarne altri, non sono mai stati, in nessun istituto considerati come punti di partenza per una progettazione con l’uomo e sull’uomo detenuto.

Il lavoro, che da taluni viene considerato l’elemento per eccellenza perché retaggio dei vecchi lavori forzati e merce di scambio per la delazione, è comunque – al momento -  senza nessuna valenza educativa e di crescita per il detenuto; peraltro la commissione prevista dall’art. 20 è presente in pochissimi Istituti, i criteri di assegnazione sono tutt’altro che chiari e sicuramente non rispondono a principi che permettano la crescita delle persone.

 La scuola, quando c’è, serve a far passare qualche quarto d’ora al ristretto: essa non è organizzata in modo efficiente e - salvo pochissimi casi - in modo da permettere al detenuto di parteciparvi e soprattutto di studiare.

E' sconvolgente pensare che l’obbligo scolastico, imposto per legge ai ragazzi, possa essere eluso da quanti, carcerati, non lo posseggano e chi entra analfabeta tale esce perché il servizio è un optional per di più sgradito al personale di custodia.

I colloqui con la famiglia risentono della visione, da parte della stessa custodia, non di un diritto ma di un privilegio, tant’è vero che la circolare emanata a suo tempo dal presidente Margara è stata dichiaratamente disattesa, perché ad essa sono stati ritenuti prioritari i turni di servizio.

In questo contesto non esiste un disegno coerente che permetta la crescita del cittadino detenuto, non vengono offerti servizi ad esso, ma vengono concessi piccoli privilegi, con la conseguenza che essi non fanno crescere la persona…..E’ mai stata richiesta agli Istituti una seria programmazione educativa?  e quandanche essa sia stata richiesta, sono mai state sollecitate valutazioni, considerazioni fatte a posteriori che ne costituissero verifica? Sono mai state fatte indagini conoscitive, ispezioni sull’attività di trattamento, così come avviene fatto per tutti gli altri servizi?

In questa condizione di sostanziale disinteresse, quando non si tratta di aperta ostilità alle attività educative, troppe volte gli operatori sono e sono stati costretti a valutare, nell’ambito delle équipes di trattamento, che la misura alternativa è pur sempre meglio di una permanenza mortificante in carcere e, anche se trattamento quasi mai c’è stato, quei pochi elementi positivi che possono emergere - e che da soli sicuramente non bastano - sono sistematizzati e tenuti in considerazione nella valutazione complessiva.

Si tratta di poca professionalità degli operatori preposti al trattamento? La risposta non può che essere negativa, posto che essi sono stati costretti negli anni a tacere, e mai messi nella condizione di operare correttamente.

Tale stato di cose è ampiamente conosciuto da chiunque sia passato per l’Istituto, ma anche scientemente ignorato perché la consapevolezza richiederebbe un’assunzione  di responsabilità, e conseguenti diverse decisioni politiche. 

E’ appena il caso di sottolineare che gli educatori presenti negli Istituti sono poco più di 500 ed il rapporto Educatore – utente a tutt’oggi si aggira intorno all’1a 100, con punte di 1 a 300, e forse più.

Ma si vuole dire di più: gli educatori, tecnici del trattamento, non sono quasi mai stati  messi nella condizione di lavorare compiutamente perché non sono state date loro strutture e mezzi per operare: li si è costretti negli anni a ridurre la loro attività a colloqui stereotipati del tutto simili a quelli di altri operatori, mentre si è negata loro la possibilità di conoscere il detenuto nella quotidianità. A questo proposito si è affermato troppo spesso, con lo scopo di delegittimare tale figura, la inefficacia – inefficienza della stessa, rivendicando il ruolo di osservatori del detenuto per la Polizia penitenziaria. Considerazione forse giusta di per sé, ma che dovrebbe sottendere la presenza di una cultura diversa dei poliziotti: troppo sovente si è alimentata da parte dell’Amministrazione quella della sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Tale cultura non permette certamente un sereno rapporto educativo. Non c’è da prendersela, a questo punto con i singoli Comandanti di reparto o con i Direttori di Istituto – certamente anch’essi sono per la loro parte responsabili – ma su di essi però gravano tante pesanti incombenze tutte ritenute più importanti della rieducazione del condannato.

In questa sede si vuole ribadire che bisogna profondamente riformare il sistema di gestione del carcere, nel quale le responsabilità educative sono sfumate, perché le direttive del centro non sono mai chiare e sono troppo spesso contraddittorie, e non permettono pertanto che un qualunque detenuto - con davanti a sé anni di carcere - cambi cultura, e quindi il modo di approcciare la propria esistenza. Non si può infatti chiamare trattamento il teatrino fatto una tantum e non finalizzato alla crescita del singolo e della collettività ristretta, né si può pensare che il volontariato da solo – tanto attivo, ed al quale si sono dati riconoscimenti e mezzi sconosciuti agli operatori - possa fare proposte serie ai detenuti, se l’Istituzione non fa (perché non vuole, non sa ,non è nella possibilità…… o che altro….) complessivamente proposte concrete di cambiamento attraverso mezzi specificatamente educativi.

Questa riflessione prescinde da quello che il Parlamento vorrà fare della legge Gozzini, né vuole essere un “j’accuse”: vuole piuttosto essere, Presidente Caselli, una occasione di ripensamento, in un momento in cui si sta mettendo mano al riordino dell’Amministrazione tutta. Questo non deve essere solo occasione di avanzamenti per Dirigenti e Direttivi: è giusto infatti che chi merita faccia carriera, purché questa sia valutata sull’aderenza ai fini istituzionali e sui risultati conseguiti, piuttosto che non in ordine all’appartenenza a cordate o a parti politiche, sulla scia di logiche spartitorie che ricordano tempi bui della storia repubblicana.

 Il riordino piuttosto deve essere realizzato nella consapevolezza che tutto l’apparato – dal DAP, al più piccolo Istituto e CSSA - deve essere finalizzato alla crescita del detenuto, perché questo la collettività dei cittadini richiede per la propria sicurezza e la Costituzione repubblicana impone.

 

                                                    p. il Coordinamento RdB Statali

                                                         Giuliano Greggi

                                       

                                                           p. il Coordinamento RdB Penitenziari

                                                               Augusta Roscioli

 

Roma, 15 febbraio 2000